La questione ontologica dell’esperienza amorosa

Conoscenza dell’ essere

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Eros e paura determinano un’alterazione della vita psicologica. La paura, infatti, apre le porte al desiderio – pothos desiderio struggente e nostalgico del qui ed ora e dell’altrove dell’atopon un luogo senza luogo dove risiedono tutte le fantasie e l’origine delle manifestazioni dell’umano soffrire. Ecco appunto la sofferenza elemento solido o volatile del mercurio. Solido nella sua concretezza psicologica del vissuto traumatico dell’individuo che incontra una delle tante manifestazioni dell’archetipo dell’amore. La delusione, l’eccitazione, la gioia, l’abbandono, la perdita.

La perdita dell’oggetto d’amore equivale in alcuni casi alla perdita dell’anima che in ambito psicopatologico è l’espressione piu significativa della patologizzazione dell’archetipo- Ma allora qual è la questione ontologica dell’esperienza amorosa.

L’amore puro e idealizzato che giunto al culmine del suo percorso di ascesa nella montagna dell’amore e della bellezza sublime- equivalenza con la figura divina, spinto da una particolare tensione verso l’infinito resiste alla sua caduta, alla visione degli abissi, all’incontro con la morte, alla fine ma desideroso di raggiungere la luce e quindi il valore eterno si spinge alla inconsapevole sintesi del piano sottile in cui l’ontogenesi e la filogenesi si incontrano e la barriera tra amore narcisistico e amore oggettuale si elide.

Da questo si evince per poter nutrire dal cielo attraverso le stelle o i suoi emissari la moltitudine degli elementi scomposti della vita amorosa della collettività diventa necessario il sacrificio da sacrum facere altrimenti fatto per Dio.  Pertanto, la funzione espressa dalle correlazioni tra opposti incarna e attiva la funzione simbolica dell’archetipo con le componenti umane e le corrispondenze tra attori inconsapevoli del ruolo che l’esperienza amorosa fa vivere come si fosse interpreti di uno spartito immaginario dentro il quale si esegue uno spettacolo del quale non si conosce la musica. Elemento solido quindi del mercurio è la drammaticità del vissuto e la sua sofferenza materializzata da sintomi angoscia, pianto, confusione, fino alla depressione/suicidio e delirio/omicidio in cui la psiche sofferente cerca di fermare il momento della bellezza per ritornare negli inferi e trovare lì la pena da scontare per aver oltraggiato il processo evolutivo e divino dell’essere uno e degli uguali portatori del messaggio e della luciferina essenza del trasporto su piani differenziati. Ecco perché l’amore finisce nell’esperienza umana ma non muore mai in quanto espressione del divino e quindi dotato della qualità dell’eternità. La figura retorica degli innamorati che si giurano amore eterno è l’espressione pneumatica di un percorso gnostico o religioso che inizia con la cacciata dal paradiso o dal mito dell’androgino   e prosegue da oltre 2000   anni senza interruzione dentro le piccole storie umane per permettere all’archetipo di manifestarsi nelle forme necessarie alla comprensione umana. Questa è l’ontogenesi dell’esperienza amorosa un eterno ritorno alla circolarità dell’esistenza umana verso la propria origine       -il proprio tutto- e la connessione con la manifestazione originaria, per questo si dice che il dio monoteista o il pantheon sono i contenitori dell’ idea primigenia dell’amore e da quella nascita nacque il mondo con tutte le sue sofferenze, per questo distacco da un idea di amore che allontanata dalle sue vere modalità di epifania può soltanto essere vissuta come fosse un elemento nevrotico o psicotico della vita degli dei e delle loro mitologiche presenze.

Il mito per questo non è mai ma è sempre diceva Karoly Kerenyi, un modo assolutamente non riproducibile di un’entità ontologica che nemmeno lo svolgimento della rete filogenetica della vita umana è riuscita ad introiettare nella sua visione simbolica e quindi tradurre in atti dell’esistenza da comunicare con linguaggi comprensibili.

L’amore nella sua ontologia rimanda quindi al mistero che, come tale, non può essere svelato in quanto perderebbe il suo significato divino e non attirerebbe nel bene e nel male le coscienze individuali di generazioni e popoli che nei secoli si sono cimentati nel tentativo fallimentare di svelare il mistero di cui è portatore.

La sottile linea di separazione tra mondo intellettivo e mondo sovrasensibile altrimenti detto mundus immaginalis luogo archetipico dell’idillio amoroso- di amore sentimentale misto a dolcezza amarezza  e tenerezza crudeltà risente della tensione della vita amorosa delle umane vicende inconsapevolmente dominati dai complessi genitoriali che come diceva Carl Gustav Jung  sottolineano la forza magnetica dell’archetipo che sottende all’attrazione dei poli simbolici della psiche e ne determina la conclusione nelle strutture dell’animo umano. Per questo diventa irrealizzabile qualunque forma di amore che non poggi la sua convinzione sul fatto che ciò che sta in cielo sta in terra e viceversa.

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